
UN MIO INTERVENTO IN CHIESA SULLA VIA CRUCIS
Mi è stato chiesto di fare un intervento per questa manifestazione, il cui scopo è quello di fare una riflessione, insieme ai giovani e i genitori, sul significato della via crucis , con l’intento di rendere più vicina la figura del Cristo, in un mondo, quello attuale, in cui la crisi di valori e di ideali , soprattutto nelle nuove generazioni, la fa da padrona. Ho riflettuto tanto su cosa scrivere e come affrontare un argomento del genere, non vi nego che ho avvertito un senso di turbamento che mi ha scosso nel più intimo, pensando a come ero giunto a certe conclusioni come credente e al mio rapporto con la religione. Sono tornato con la mente a quando ero adolescente, nel periodo del catechismo, quando venivo in chiesa per le lezioni, quando avevo timore di rimanere solo in chiesa. Anziché infondermi sicurezza e fiducia, la chiesa con le sue statue, la luce soffusa, il silenzio dominante, mi arrecava paura. La stessa immagine suggestiva di Cristo sulla croce, un’ immagine a mio avviso troppo crudele, almeno per un adolescente, fatta di sacrificio, di dolore, oltre che richiedere rispetto e reverenza, era per me fonte di inquietudine. Non so se è stato questo approccio o le mie letture a farmi allontanare dalla figura di Cristo. E’ pur vero però che vivo spontaneamente in uno stato di profonda spiritualità. Non sono per niente razionale sebbene ami usare la ragione. Amo lasciare che le spinte inconsce e non razionali pervadano la mia vita. Ovviamente sono ateo, ma oggi ho una profonda ammirazione per il Cristianesimo, e considero straordinario il messaggio d'amore che la figura di Cristo emana. Una persona, a mio avviso, può non credere a nessuna entità metafisica, ma ugualmente apprezzare figure come Gesù, Budda , lo stesso Maometto che oggi è così bistrattato. E’ stata la lettura e soprattutto la musica a farmi avvicinare a questo grande personaggio: un approccio completamente diverso, più umano e perciò più vicino. Prendiamo ad esempio Fabrizio De Andrè, il padre di tutti i cantautori, il poeta per eccellenza della musica italiana. Una piccola premessa: a mio avviso chiamare De Andrè poeta è un po’ riduttivo. Perché? Bè perché il poeta deve preoccuparsi esclusivamente del testo e non della musica, quindi un cantautore ha un compito più arduo, quello di armonizzare testo e musica e lui, De Andrè, lo fa con rime baciate, mai banali, di grande spessore ed intensità. Le sue canzoni sono studiate alle facoltà di lettere, sociologia, scienze della comunicazione, ecc. Fabrizio ha un merito storico nei confronti della canzone italiana, quello di averle dato per primo dei contenuti non soltanto “amorosi”. Fabrizio è la dimostrazione che una canzone può, se lo vuole, essere anche corrosiva e impervia, realistica e poetica: musicalissima sì, ma anche narrativa e politica. De Andrè scrive, in piena contestazione giovanile del ’68, la Buona Novella. In questa opera offre, manifestando un grande rispetto per il Cristianesimo, una rilettura della figura del Cristo, spogliandolo di tutta la sua sacralità e vestendolo di umanità, di carne. Gesù diviene anzitutto uomo, con tutti i suoi limiti, le sue debolezze, e perciò al tempo stesso il suo messaggio diviene ancora più grande, di una grandezza universale e di una attualità che non conosce tempo, perché incarna non l’uomo cristiano, non l’uomo cattolico, non l’uomo credente, ma l’uomo in quanto tale. Nella Buona Novella, che deve essere intesa ed ascoltata come unica traccia, tutti i personaggi sono ricchi di umanità, privi di ogni divinità.
Il disco si apre con una lode al Signore, poi si articola, attraverso una musica dolcissima ed eterea, il racconto di Maria, che a 3 anni viene rinchiusa in un tempio, a costante contatto col Signore (“presero i tuoi tre anni e li portarono al tempio”). Tuttavia, a 12 anni ne viene espulsa, in quanto diventa donna e il suo stato di non-vergine poteva "contaminare" la purezza del luogo ( “ma per i sacerdoti fu colpa il tuo maggio, la tua verginità che si tingeva di rosso”). Viene dunque "data in sposa" secondo l'usanza del tempo, chiamando cioè a raccolta tutti gli uomini non-sposati del luogo (scapoli e vedovi) ed estraendo a sorte il nome del futuro marito:
E si vuol dar marito a chi non lo voleva, si batte la campagna, si fruga la via. popolo senza moglie, uomini d'ogni leva, del corpo di una vergine si fa lotteria del corpo di una vergine si fa lotteria.
Viene dunque estratto il nome di Giuseppe, un anziano falegname che si ritrova una bambina come sposa:
“E fosti tu, Giuseppe, un reduce del passato, falegname per forza, padre per professione, a vederti assegnata, da un destino sgarbato, una figlia di più senza alcuna ragione, una bimba su cui non avevi intenzione”
Sùbito Giuseppe parte per un lavoro che lo terrà lontano dalla Giudea per 4 anni; al suo ritorno, trova Maria incinta. L’incontro tra i due è, a mio avviso, meraviglioso, poesia pura: le parole, con la musica di sottofondo fatta di chitarra arpeggiata e violini, con la voce precisa e profonda di Fabrizio, prendono vita, diventano una visione reale, sembra di essere lì, a pochi metri da quella bambina (la Madonna) che si butta al colo del padre-marito (Giuseppe), implorando un affetto negatole per quattro lunghi anni; da quell’uomo vecchio col viso buono che non nasconde lo stupore nel vedere il pancione:
“E lei volò fra le tue braccia come una rondine e le sue dita come lacrime, dal tuo ciglio alla gola, suggerivano al viso, una volta ignorato, la tenerezza di un sorriso, un affetto quasi implorato. E lo stupore nei tuoi occhi salì dalle tue mani che vuote intorno alle sue spalle, si colmarono ai fianchi dalla forma precisa d'una vita recente, di quel segreto che si svela quando lievita il ventre. E a te, che cercavi il motivo d'un inganno inespresso dal volto, lei propose l'inquieto ricordo fra i resti d'un sogno raccolto”.
La donna racconta al falegname di aver incontrato in sogno un angelo del Signore:
“e lui parlò come quando si prega, ed alla fine d'ogni preghiera contava una vertebra della mia schiena”
Fabrizio, in maniera alquanto esplicita, racconta l’incontro d’amore con un “presunto” angelo che con una dolce bugia inganna la fanciulla ingenua, approfittando di lei:
"Lo chiameranno figlio di Dio
parole confuse nella mia mente, svanite in un sogno, ma imprese nel ventre".
Giuseppe ci crede, o meglio, finge di crederci , e la tenerezza vince il risentimento , all’anziano sconfitto , troppo stanco, vien facile perdonare:
“E tu piano posasti le dita all’orlo della sua fronte, i vecchi quando accarezzano hanno il timor di far troppo forte.”
Il racconto si sposta velocemente ai 33 anni di Gesù, l'ora della crocefissione. E' Giuseppe stesso a costruire le 3 croci, due per i ladroni che verranno messi in croce accanto a Cristo (" tre croci, due per chi disertò per rubare, la più grande per chi guerra insegnò a disertare" )Siamo infatti sulla collina del calvario di fronte alle 3 croci, udiamo i lamenti delle tre madri. Ecco la grande novità sottolineata da De Andrè: accanto a Maria ci sono le mamme dei due ladroni, Tito e Dimaco. Avete mai pensato che i ladroni avessero anche loro delle madri? Ebbene, nella canzone Tre Madri ci sono queste tre donne, costrette a vedere la morte dei loro figli e perciò accomunate dallo stesso dolore. De Andrè immagina, tra le grida di disperazione, un dialogo tra le tre donne che rappresenta, a mio avviso, il momento di più alta intensità e umanità del disco in cui è centrale e preminente la figura di Maria con la sua maternità: non più solamente Madonna, ma semplicemente donna privata del suo più grande tesoro. Un donna che non piange il figlio di Dio ma suo figlio. Queste le parole delle loro madri:
Madre di Tito: "Tito, non sei figlio di Dio, ma c'è chi muore nel dirti addio".
Madre di Dimaco: "Dimaco, ignori chi fu tuo padre, ma più di te muore tua madre".
Le due madri: "Con troppe lacrime piangi, Maria, solo l'immagine d'un'agonia: sai che alla vita, nel terzo giorno, il figlio tuo farà ritorno: lascia noi piangere, un po' più forte, chi non risorgerà più dalla morte".
Madre di Gesù: "Piango di lui ciò che mi è tolto, le braccia magre, la fronte, il volto, ogni sua vita che vive ancora, che vedo spegnersi ora per ora.
Figlio nel sangue, figlio nel cuore, e chi ti chiama - Nostro Signore -, nella fatica del tuo sorriso cerca un ritaglio di Paradiso.
Per me sei figlio, vita morente, ti portò cieco questo mio ventre, come nel grembo, e adesso in croce, ti chiama amore questa mia voce.
E qui Maria finisce quasi sfiorando la blasfemia
Non fossi stato figlio di Dio t'avrei ancora per figlio mio".
La Buona Novella continua con le parole di Tito, il ladrone buono, che passa in rassegna i dieci comandamenti, confutandoli uno per uno, in modo tanto realistico quanto disarmante, smascherando l’ipocrita convenienza di chi li aveva dettati. Il ladrone parla di un Dio sordo e lontano, di leggi che puniscono i miseri e tutelano i ricchi, del crimine come estrema risorsa per chi non ha altro. E vede, in Gesù che agonizza accanto a lui, la sconfitta e insieme la vittoria dell’amore in un mondo senza pietà, nemmeno da parte di un Dio che uccidere suo figlio:
“Il settimo dice "Non ammazzare" se del cielo vuoi essere degno guardatela oggi questa legge di Dio tre volte inchiodata nel legno guardate la fine di quel nazareno e un ladro non muore di meno Guardate la fine di quel nazareno e un ladro non muore di meno”
E continua con l’ipocrisia della chiesa che condanna i rapporti sessuali senza finalità di procreazione:
“Non commettere atti che non siano puri, cioe' non disperdere il seme. Feconda una donna ogni volta che l'ami, cosi' sarai uomo di fede. Poi la voglia svanisce e il figlio rimane e tanti ne uccide la fame. Io, forse, ho confuso il piacere e l'amore ma non ho creato dolore”
Di fronte a questa profonda umanità non ho potuto far altro che rimanere stupito, come mai mi era successo, per la sensibilità e la partecipazione con cui quest' uomo ansioso di giustizia sociale sia riuscito a trattare alcuni temi e a metterli in luce con tanta umanità. Lui ha insegnato a tutti noi che amiamo la sua musica l’importanza dell’anomalia, dell’eccezione rispetto alle regola. Lui ha cantato il mondo degli ultimi, degli sconfitti, degli emarginati (prostitute, drogati, fannulloni, nani, blasfemi, malati) laddove si nasconde quella verità fatta di desiderio di ricevere e dare amore, e soprattutto di estrema dignità, che ci riporta all’essenza stessa dell’uomo, alla sua continua e incessante ricerca di libertà, la stessa libertà che 2006 anni prima Gesù ha offerto a tutti gli uomini con le sue parole e la sua morte.Ogni volta che incontro un diverso, uno zingaro, un extracomunitario, mi accorgo che in fondo non sono tanto diverso da loro così come non lo sono coloro che reggono uno stato e a cui noi affidiamo il compito di guidarlo e che, a mio avviso, dovrebbero trasmettere valori come quelli che ho ricevuto e ho fatto miei dalla lezione di vita di Fabrizio De Andrè. La mia sensibilità e il mio grande rispetto per il dolore sono in gran parte figli della musica di Fabrizio.
La Buona Novella si chiude con una lode , questa volta all’uomo, Laudate Hominem, contrapponendosi alla prima canzone che apre il disco, Laudate Dominmum, un canto che De Andrè rivolge, quasi urlandolo, a Gesù: "Non devi pensarti figlio di Dio ma figlio dell'uomo fratello anche mio”. Chi, infatti, se non Fabrizio poteva considerarsi fratello di Gesù Cristo; lui che rivolgeva il suo essere, la sua poesia, agli stessi soggetti a cui si rivolgeva Gesù Cristo: i deboli, i diseredati, i miserevoli, quelli che in un'altra meravigliosa canzone, La Città Vecchia, invita a non giudicare perché “…se non sono gigli, son pur sempre figli, vittime di questo mondo”.
Nel momento che anche noi faremo la stessa scelta, scuotendo finalmente le nostre coscienze, saremo anche noi fratelli di Gesù Cristo; renderemo così la sua figura sempre attuale e semineremo, citando ancora una volta una sua canzone, per mare e per terra, tra boschi e città la tua buona novella.
Grazie Fabrizio, mi manchi.
( 11/12/2006 20:41:49 - N. 208842 ) blog modificato il: 28/01/2007 18:52:04
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