Nick: mir Oggetto: Minchia! Vivo sono. Data: 26/10/2007 23.6.13 Visite: 184
Si ritorna a casa. Oddio si torna in un posto che non sento ancora casa ma, in termini, è così. Da lontano vedo fulmini orizzontali spaccare e illuminare un cielo blu cobalto. Seguiti da un rombo profondo come di un gigante che non vuole svegliarsi. Con me una collega che ha bisogno di uno strappo fino alla prima uscita dell'autostrada. Parliamo di molti inutili aneddoti prima che le prime grosse gocce si inizino a schiantare sul parabrezza. Il cielo è illuminato a giorno da fruste elettriche a svelare contorni di montagne notturne. Lei parla ma il suo respiro si fa impercettibilmente più lungo e, se potessi, sentirei il suo cuore battere più profondo. Un muro d'acqua viene giù quando esco dall'autostrada per lasciarla lì dove verranno a prenderla. Non si vede niente e le auto davanti vanno anche più lente di quanto dovrebbero. Io strizzo gli occhi e mi fido molto di quella parte di cervello deputata alla conservazione e all'istinto di sopravvivenza. L'auto davanti alla mia cade in una buca a lato della strada. La evito e vado avanti. Arriviamo al punto d'incontro. Qualcuno già attende la mia collega. Lei mi ringrazia e accenna ad avvicinare la guancia come per un bacio di ringraziamento e saluto. Non so. Non mi va tra colleghi. Sì ti ho fatto un favore ma adesso devo tornare a casa. Priorità e stupidi ordini mentali. Scende e va nell'altra auto. Saluti da sotto un diluvio. Riprendo l'autostrada e scopro che con la pioggia se decidono di rifare l'asfalto e non hanno ancora messso le linee a terra e non c'è una cazzo di luce è come guidare sul vuoto. Le auto e i camion vagano sopra un invisibile nastro d'asfalto. Flottando da destra a sinistra e toccandosi leggermente come ubriachi all'uscita del pub. Un tir davanti a me non vede la curva o la vede tardi. S'intraversa e il rimorchio si sdraia sul fianco prima che anche la cabina faccia la stessa fine. Scivolano sull'asfalto in maniera disarticolata per un centinaio di metri. Sempre quella luce nel cervello mi fa fare manovre per evitare il tir e le auto da dietro. Non penso, lo giuro, sono in piena trance. Daniele Silvestri canta dall'autoradio qualcosa sui non cambiamenti mentre al cellulare parlo con una svogliata signorina segnalando il macello alle mie spalle. Ho accostato e scendo. Tutte le auto che superano il tir, abbattuto su un fianco come un grosso elefante, hanno le luci lampeggianti. La pioggia è paurosa. Sembra di essere sotto la doccia di Dio. Avanzo verso la cabina del tir vedendo poco e con una matassa aggrovigliata di pensieri. Quando sono nei pressi della cabina mi accorgo che non c'è nessuno. Mi guardo intorno ed in fondo al tir una vaga figura si sta avvicinando al limite dell'autostrada. Vado anche io. Un tizio grasso e basso si sta sedendo su un muretto. Ha pochi ciuffi di capelli che gli cadono sugli occhi. Lo sguardo sbarrato. Dice: "Michia, vivo sono". Non so perchè ma io inizio a ridere anche se la mia risata è coperta dalle secchiate d'acqua che scendono e neanche lui si accorge che sono lì. E che vorrei tornare a casa per raccontare anche questa.
|