Nick: Viola2 Oggetto: Storia di una passione Data: 20/11/2002 22.40.58 Visite: 9
Quella maglietta verde mela ha sempre avuto un effetto catartico. L'avevo il giorno della laurea, il giorno in cui un amore finì, la prima volta in cui ti ho visto, e tu hai visto me. E dopo mesi mi dicesti: "Quella maglia verde mela mi è rimasta impressa". Il primo giorno ti mandai a quel paese, avevo già capito che mi volevi. Non mi piacevi nemmeno, pensai che non avevi niente a che fare con me. Pochi giorni, ed i tuoi occhi su di me, che mi seguivano dappertutto. Dovevamo prendere l'ascensore, e tu mi fissavi. "Stai diventando rossa" hai detto. Era vero. Non ero mai diventata rossa in vita mia, ma era vero. Perchè tu avevi a che fare con me. Il giorno dopo, ti ho tirato dentro uno sgabuzzino e ti ho baciato. Per scherzo, per sfregio, per provocazione. In fondo, non aveva alcun senso. Io non potevo, e nemmeno tu. Ma non è finita lì, non poteva, in fondo l'avevamo sempre saputo. Altri baci nascosti, carezze furtive, messaggi sul cellulare. Che storia divertente, pensavo. E lo pensavi anche tu. Uno scherzo, solo uno scherzo. E quando mi hai chiesto di uscire non avrei mai pensato di rispondere si. E invece l'ho fatto. Abbiamo fatto l'amore per toglierci il pensiero, per passare oltre, per buttarci questa storia alle spalle. Per non pensare più a come sarebbe stato. E invece quel pensiero si è piantato nel cervello. Dovevamo per forza stare vicini, sfiorarci, cercarci con gli occhi. Inevitabile. Quante cose avevo letto sulla passione, sentimento strano e indefinibile. Eccola lì. Niente senso del domani, nessuna domanda, solo il bisogno. Un bisogno, forse era questo. Doveva essere per forza. Era naturale che tu stessi dentro di me, era cosa santa e giusta, e amen. "Non l'ho mai fatto con questa intensità" mi dicesti stravolto, dopo che avevamo passato ore senza staccarci. "Nemmeno io" avrei voluto dire, ma non l'ho detto. Ti guardavo un pò ironica, ma non perché non mi importasse. Solo perché non poteva essere. Mai avresti abbandonato la tua fidanzata secolare, i tuoi doveri,e quello che tuo padre, il tuo Dio, si aspettava da te. Ed io mai avrei abbandonato quello che sono. Tu avresti voluto chiudermi in una stanza e buttare via la chiave. "Ma che ti piace di me, che sono il tuo opposto?" ti chiedevo. E tu: "tutto quello che non mi piace". Tu figlio di papà, reazionario, tradizionalista, maschilista, pratico. Ed io? Quella è un'altra storia. A volte mi guardavi quasi spaventato, come se fossi stata un oggetto strano piovuto dal cielo. Anche tu mi facevi lo stesso effetto. "Chi sei, che ci fai nella mia vita? Che c'entri con me?", avrei voluto chiederti. I pochi che sapevano mi domandavano spesso: "ma che ci trovi in quello, così diverso da te?" Potevo forse rispondere: Non lo so, so solo che un'energia pazzesca mi prende quando lo vedo, che non vedo altro che lui, che vorrei che tutti, tutti scomparissero per potermi stendere sul pavimento con lui e farmi prendere da lui, che voi mi parlate di amore, affinità, tutte cose belle, per carità, ma che adesso mi sembrano senza significato, perché aldilà del corpo di quest'uomo adesso per me non c'è niente. Non capite? Lui ridisegna lo spazio, per me. Aldilà del cerchio delle sue braccia, per me non c'è più nulla, solo il vuoto. "Non è nemmeno bello", mi dicevano. Non avrei saputo cosa rispondere. Com'era? E come si fa a descrivere l'odore, il sapore, la scossa che sentivo quando la sua mano sfiorava la mia? Il modo in cui i suoi occhi non lasciavano mai i miei, mentre era dentro di me? Era bellezza, questa? Non lo so. Ragazzo viziato, mi dicevano di lui. Si, aveva tutto per essere felice. E allora perchè quando mi prendeva lo faceva con tanta disperazione, come se cercasse una via d'uscita attraverso il mio corpo? Perchè mi guardava quasi implorandomi? Nessuno mi aveva mai guardata così. "Nelle pause di lavoro sei il mio unico pensiero felice", un suo messaggio. Era tutto vero. Amore mio, non ti ho mai chiamato così, ma lo faccio adesso, adesso che non puoi saperlo: non potevo tirarti fuori. Non saresti stato felice, lo so. Tu mi hai chiamata amore mio, me lo hai anche scritto. Io no. Non lo potevo fare. Una volta, mentre facevamo l'amore, hai detto: "Tu mi sposeresti, lo so. Lo so che è così. saresti la mia geisha, e saresti anche contenta di farlo". Ti ho riso in faccia, ma in realtà ero arrabbiata perchè avevi colto quella debolezza dentro di me. Una parte di me si sarebbe fatta rinchiudere volentieri da te in una stanza. E avrebbe voluto servirti, aspettare solo te, dipendere da te. Ma non sarei stata felice, lo so. E la tua fidanzata, che ti accompagna da 15 anni, sarebbe morta. Strano, se mai pensavo a quella ragazza, lo facevo quasi con affetto. Ogni volta che ti salutavo, ti affidavo a lei. Le mie mani e le sue toccavano lo stesso corpo. Non potevo toglierti a lei, ti segue da tutta la vita. Sei la sua vita. Non avrei mai potuto togliergliela. Quante volte ti ho mandato a quel paese, o lo hai fatto tu. Ed ogni volta non c'era bisogno di parole. Solo il contatto, per dire che era tutto a posto, tutto come prima, non era cambiato nulla. Io volevo te e tu volevi me come il primo giorno. Forse di più. Una volta ti ho scritto una lettera d'addio, ed in quella lettera ti ho chiamato amore mio. Ma i muscoli dello stomaco si erano annodati quando avevo finito di scriverla. Un dolore fortissimo al ventre, come se qualcosa mi venisse strappato a viva forza. Ecco dove sta la passione, ho pensato. Non nel cuore, non nella testa, nemmeno tra le gambe. Sta nel ventre, nelle viscere. Separarmi dal tuo corpo, un atto contro natura. Quella lettera non te l'ho mai data. Un giorno dicesti: "Che faresti se me ne andassi?". Sapevo che c'era questa possibilità. "Pensi di qua a sei mesi? Figurati!" risposi ridendo. Ti sei offeso, e te ne sei andato. Allora pensavo davvero che dopo sei mesi saresti stato solo un ricordo. Poi ho saputo che avevi chiesto di restare. E non me lo hai detto. Non so se lo hai fatto per me, so solo che ho avuto paura. Non avresti mai pensato che potessi andarmene io. Ed invece ho avuto l'occasione, e l'ho fatto. Quando ti ho salutato, hai fatto l'indifferente. Bambino orgoglioso, come sempre. Ma lo sapevo come ti sentivi. E ti amavo anche per quel tuo non sapere esprimere i sentimenti, quasi mai, ma non lo capivi che tutto ti si leggeva sempre in faccia? Non lo capivi che quando mi avevi rivista dopo le vacanze, facevi l'indifferente ma ti tremavano le mani, e non riuscivi a parlare guardandomi negli occhi? Non lo capivi che dopo un litigio venivo da te perché i tuoi occhi mi pregavano? Che sapevo bene che non potevi avere pace fino a quando non mi avevi localizzata in una stanza, altrimenti continuavi a girare come un insetto impazzito? E un milione di altre cose, che restano lì. Facevi l'indifferente. Me ne sono andata. Poi sono tornata indietro, perché me lo sentivo. Eri nella nostra stanza, con la testa tra le mani. Stavo lì e ti guardavo. Non ti accorgevi di me. In quel momento ti dicevo tutte le cose che non ti ho mai detto, che non ti dirò mai. Mi sono avvicinata, ed hai alzato gli occhi. Stavi piangendo. Forse banale, ma era proprio così. Non abbiamo detto nulla. Hai preso la mia mano e l'hai baciata. Non l'avevi mai fatto. L'hai tenuta sul tuo viso, sui tuoi occhi. Poi hai appoggiato la testa al mio petto, e sei rimasto lì. Ti ho stretto forte, e questa volta non ho fatto come le altre, in cui mi scostavo perché non sentissi come mi batteva forte il cuore. Lo dovevi sentire, invece. Per non dimenticarlo. Volevo che quel rumore ti restasse nelle orecchie per sempre. Poteva venire qualcuno, e ci siamo scostati. Ti ho dato un bacio rapido, sulla fronte. Nel mio modo ateo ti ho benedetto. E poi me ne sono andata. Sii felice, amore mio. Lo so, non te l'ho mai detto. Ma in fondo l'hai sempre saputo. Ci ridevo su, ti prendevo in giro, ma ti amavo. Solo che non potevo. E nemmeno tu. Non dimenticarmi, ma non pensare a me con dolore. Non poteva essere, ricordi? Per un pò lo è stato lo stesso. Chissà la realtà qual'era? La nostra o quella fuori di noi? Inutile chiederselo, ormai. Non poteva essere.
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